martedì 19 settembre 2017

Storia di un rossetto ritrovato. [Di una perfezione perduta]



Da tutta l'estate cercavo il mio unico rossetto rosso, un'edizione limitata di Mac, messo rarissimamente.
 Non che sia una fan del rossetto, ma mi piace usarlo, quando sono particolarmente di buon umore, e altrettanto mi piaceva quel colore adesso fuori produzione.
Lo davo ormai per disperso, finito chissà dove durante il trasloco o nel travaso di qualche valigia.
L'ho ritrovato stasera, dove era più logico che fosse: riposto con cura nel taschino interno di una borsa che detesto e - in effetti- non ho più messo.
Eh niente, pensavo, che bello sarebbe riprendere in mano tutte le cose là, allo stesso punto dove le avevamo lasciate. Riannodare gli strappi, ritornare ai rivoluzionari istanti prima delle rivoluzioni fallite. 
 Come se ci stessero ancora aspettando, tra la crema travel size e il carnet del tram, le nostre perfezioni perdute - Lo vedi? Quel punto di rosso, là, preciso, intonso dagli avvenimenti del frattanto.


 C’è sempre una perfezione che viene perduta. C’è sempre un incantesimo che non si trova più. Come quando raccogliamo i lamponi nel bosco la mattina presto. Si continua ad abbandonare qualcosa, si continua a dire addio. Il problema, forse, è cercare di inventare nuove perfezioni, pensare che ogni momento è una perfezione che comunque si può perfezionare. Voglio dire il problema permanente è costruirsi nuove perfezioni di cui poi continuare ad avere, per sempre, nostalgia”.
(Ettore Sottsass, Scritto di Notte)

giovedì 3 agosto 2017

D'imparare a partire - leggeri.





Partiamo dal finale, da questo borsone verde Noth Face impermeabile, cm 50x30: il mio bagaglio a mano per i prossimi 21 giorni di vacanze. O forse potrei partire da un’immagine bellissima con sui se ne usci la mia amica e sorella d’anima Giulia – stavamo parlando delle Lezioni Americane di Calvino:

«Non saprei come spiegare, prova a immaginare la nostra vita come una splendida nevicata, leggera e rilassata, ecco forse vivi per davvero quando senza paura afferri il fiocco di neve che non t’aspettavi, quando tieni i palmi aperti verso il cielo e in cuor tuo sei sicuro che il cristallo giusto andrà a sciogliersi esattamente al centro di essi»

Milano, lunedì mattina di inizio luglio, temperatura percepita attorno ai 40°.
Sono seduta tra le pile di scatoloni dei miei due contemporanei traslochi, scarto un pacco Amazon Prime: direttamente da ordine nottetempo è approdato alla mia scrivania “Solo bagaglio a mano” o la classica stronzata che le persone vogliono leggere all’aeroporto [pagina 11: in una vita media di ottant’anni, siamo destinati a 46 ore di felicità e ne passiamo -chi? Fuori i nomi!- 18 a fare il nodo alla cravatta].

Poi il libro me lo sono letta oltre la pagina 11, e tutto d’un fiato. L’ho sottolineato e postillato all’inversimile, l’ha comprato anche la Giulia di cui sopra e ne ho già regalate almeno tre copie.

C’è un verbo greco, omerico e poi ripreso da Foscolo, che amo particolarmente: ezomai. Significa stare fermi da qualche parte ma con tutta l’energia dentro; senza che i due movimenti, il consistere e lo stare, entrino in conflitto. Il bagaglio a mano è la versione 2017 di questo verbo: due direzioni opposte che si incontrano nei 65 l di una Rinowa Salsa Air (per il mio compleanno, in azzurro, grazie). Lo stare, nel libro di Romagnoli, ha una direzione verticale, di introspezione: è il momento della scelta di cosa portare con sé, la cernita, eliminare ciò che nella nostra vita esorbita: non sono radici, ma zavorre.

Si parla anche di traslochi. Negli ultimi otto anni ho traslocato sette volte, di cui le ultime due a distanza di neppure undici mesi. Quanto è vero che con il tempo impari a selezionare, a portare dietro solo ciò che conta. Sarà che ho una memoria, nel bene e nel male, quasi infallibile ma sono sempre stata una collezionista dei fantomatici pezzetti di matita gialla. Ho rinvenuto souvenir improponibili, evidenziatori scarichi dagli ultimi esami, scontrini stinti, biglietti aerei illeggibili.  La cara vecchia trappola del “non lo uso mai ma è un ricordo”, micidiale nel capitolo guardaroba: il tubino - non rosso, ma si badi- tangerine, come la canzone dei Led Zeppelin che mi fu dedicata, le magliette a righe stinte accumulate in Francia, le Stan Smith bucate, il vestito anni ’30 di paillettes dorate [ok, quello l’ho conservato].
 
Una delle dichiarazioni d’amore più belle di tutti i tempi è la più scarna ed essenziale che ci sia:
Sono io! Sono me!” - Alekos Panagoulis a Oriana Fallaci.

Cresciuta nel mondo ovattato delle biblioteche,ho imparato a confrontarmi con un ambiente che richiede continuamente la versione marketing di noi stessi: aggiungere il tacco, il trucco, le frasi fatte convenzionali. Apparire è un’aggiunta, e una difesa. Banalmente, i tacchi erano diffusi tra i macellai per sollevarsi sulle carcasse degli animali macinati; circa mille anni dopo sono il modo per me – timiderrima-  di prendere le distanze, sembrare più alta e più grande.


«Realizzare la sineddoche di noi stessi è un obiettivo virtuoso. Significa non identificarsi attraverso una molteplicità si segni, oggetti, valori ma tendere a uno […]: essere, non ingombrare». (p.73)


Essere è un’arte della sottrazione.
Imparare a dire “Sono io! Sono me!” a sé stessi, prima che a qualcun altro.
Sono io, sono me.
[Giulia, Mot per gli amici, Giulietta per pochi, selezionati, intimi.
Indosso camicie da uomo, odio i tacchi, metto le gonne lunghe e ci inciampo dentro, non ho mai capito come si stenda l’ombretto. Sono una secchiona, precisa, memorizzo tutto e poi perdo in continuazione le chiavi di casa. Ho un massimale di 80 kg di deadlift ma non so leggere le mappe di Google Maps. Amo le albe, l’azzurro e i rooftop, odio gli apericena (che mi spiegassero poi, che termine è, apericena), non ho il kindle, non so guidare il motorino. Adoro il latte di mandorla, la granita siciliana vera, ho un debole per l’hummus e il babaganoush – e per chi sa pronunciarlo correttamente, aborro i croissant e gli yogurt gusto frutta].

Solo chi saprà scavare, capire e discernere potrà essere davvero leggero:

«Bagagli troppo pesanti ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il segno meno ci spaventa, eppure è un verbo da coniugare con esultanza» .(p. 68)

Questa leggerezza, si badi, non è superficialità, ma piuttosto quel "planare sulle cose dall’alto” di cui parla Calvino nell’apertura delle Lezioni, rimarcata citando un verso di Paul Valery: “Il faut être léger comme l'oiseau, et non comme la plume".
L’eroe della leggerezza è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo unico eroe capace di tagliare la testa pietrificatrice della Medusa. La pietra è il peso a cui è condannato il regno dell’umano, per fronteggiare il quale occorre «cambiare approccio, guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica»:


«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite»

Oltre vent’anni dopo, questo augurio di Calvino ancora riecheggia nel ritratto della futura, rivoluzionaria, nuova generazione di viaggiatori con il bagaglio a mano «capace di scegliere la libertà […], disancorata da suolo e dal tempo. In sintonia piena e pure con l’esistenza».

Così, impariamo ad essere leggersi, agili, pronti a muoverci, nell’unica direzione in cui è consentito guardare: avanti. Siamo funamboli, sulla corda.
Ezomai. “Stare per avanzare”: un viaggio non si esaurisce nella preparazione di un bagaglio più o meno pesante, occorre saltare sul cavo. Il cavo è la vita nella sua più nuda evidenza: sobria, rude, scoraggiante. Questa è la prima lezione dal Trattato di Philippe Petit:

«Tutto è diverso ora che il filo è là. Puntate lo sguardo all’estremità, il traguardo e tentate una traversata. La traversata sarà una successione di equilibri: su un piede, poi sull’altro.  (p. 38).

Il funambolismo – lo ricorda Paul Auster nella sua bellissima Prefazione - non è un’arte della morte, «è un’arte della vita, è un modo di affrontare la propria vita, nell’angolo più oscuro e segreto di sé stessi»
Il passo leggiadro del funambolo, che sul filo cammina dritto puntando alle stelle, ignorando il baratro attorno, è una delle più straordinarie metafore di leggerezza: solo fronteggiando i nostri mostri, riusciremo ad essere dei veri eroi. Nell’antichità, lo sciamano rispondeva alle minacce per la sua tribù con riti magici, che lo facessero levitare oltre l’umano. Nel finale della sua Lezione, Calvino cita il Cavaliere del secchio di Kafka, cavaliere errante che compie il proprio volo magico «al semplice dondolio di un secchio vuoto, segno di privazione e di desiderio e di ricerca».

Così, in quei torridi 40° milanesi mi sono ritrovata a pensare alla famosa nevicata, leggendo il mio libretto arancione.
Ehi Giuli, ci hai mai pensato?"
La verità è che avevo sempre attribuito la leggerezza alla neve, elemento impalpabile ed effimero per antonomasia. Invece la leggerezza non è della neve, è dei nostri palmi; possiamo sentire il fiocco di neve solo se abbiamo le mani aperte per farlo.  
Se il secchio fosse pieno, non gli permetterebbe di volare.

E, dopo essersi posato, come tutti i fiocchi di neve, anche il nostro fiocco perfetto si scioglierà lasciando il vuoto. Conta solo quel che potrà ancora essere.

Così, leggeri, continuiamo ad avanzare con i nostri secchi vuoti, con le nostre mani aperte, e che siano tramonti, albe, tempeste di neve da attraversare, senza malinconia.





****
I. Calvino, Lezioni Americane, Milano, Mondadori, 2011
P. Petit, Trattato di Funambolismo, Milano, Ponte alle Grazie, 2015
G. Romagnoli, Solo bagaglio a mano, Milano, Feltrinelli, 2015

mercoledì 26 luglio 2017

La Bolivia, (e) cinque anni dopo


Poi una mattina la linea del tempo di Facebook mi ricorda che sono passati cinque esatti da quel viaggio là.

25 luglio 2012, atterravo in Bolivia.
Fino a quel momento, da sola ero andata giusto in mezzo al mar Mediterraneo a salvare le foche monache con il Wwf  - o, almeno, così prometteva il volantino).
Poi un giorno di primavera, nel mio studio di Montpellier ho raggranellato ciò che restava della borsa Erasmus e mi sono comprata tre voli intercontinentali (che oggi definerei con scali un po’ scalcagnati) per un mese di volontariato in una missione a Cochabamba, sull’altipiano centrale.
Cinque anni e riapro le foto, sfocate e imprecise come solo possono essere gli scatti di una compatta per bambini che avevo comprato apposta, perchè resistesse all’acqua e agli urti. 

Le riguardo. Mi riguardo: “ma sono invecchiato”.
Come l’imperatore Adriano, quanto sento mia quell’avversativa così tranchant.

C’è un’isola, minuscola, nel mezzo del lago Titicaca, e in mezzo a quell’isola una strada, e alle sei del mattino, su quella strada, c’ero io, con il mio zainetto e il più clamoroso crepacuorone dei miei ventitre anni.  Ho attraversato l'alba da sola, percorrendo l'intera isola da sud a nord, fino al termine del sentiero. Allora, mi sono seduta al bar di una vecchietta che senza chiedere niente mi ha preparato un mate de coca bollente con un paninenetto farcito di burro e marmellata [ancora oggi se mi chiedono quale sia stata la colazione più buona della mia  vita,  cito quel desayuno al tavolino di plastica del porticciolo deserto]

 Cinque anni dopo, è il primo lunedi di luglio quando un corriere Amazon Prime consegna sulla mia scrivania un libretto - “e si va avanti” recitano i caratteri bianchi sulla copertina arancione - ecco, di nuovo la fatica di quei passi in sequenza, uno dietro l’altro, nell’aria rarefatta delle montagne andine.

La Bolivia è stata la cogenza della vita, d’un colpo spolpata di tutto quello che c’era intorno.
E sai cosa rimane? 
Quest’avanzare, che è al tempo stesso progressione verso il futuro e contrazione di ciò che conta: abbracci a colazione appiccicosi di burro d’arachidi, fango sotto le unghie scavando l’orticello della scuola, un foulard arcobaleno tra i capelli, un disegno stropicciato, la copertina che pizzica per stendersi all’ora della nanna, la sillaba incerta nel dire zanahoria, la danza dei ricami sulle gonne  della domenica.

Il Big Bang della vita, quando esplode ha sorrisi sdentati, tende mani impiastricciate di colore.



CONSIGLI SPARSI

Ovviamente facevo base nella casa famiglia dove ero volontaria, a Cochabamba.
La città è famosa per essere uno dei più grandi mercati dell’America Latina. Essendo al centro dell’altipiano è "a soli" 2500m di altezza, quindi per chi arriva dall’Europa è preferibile atterrare qui che non a La Paz, per adattarsi meglio all’altitudine. È un punto nevralgico, perfettamente collegato via bus /aereo a tutte le maggiori mete turistiche

Ho viaggiato sempre con i coche, gli autobus a lunga percorrenza Sicuramente non il mezzo più rapido ma il migliore per vivere davvero il Paese che si sta attraversando. I bus sono molto moderni, e con un piccolo sovrapprezzo si possono avere comodi e spaziosi sedili allungabili (come quelli della business in aereo) per dormire durante le lunghe traversate. Soprattutto nelle zone di montagna, meglio spendere qualcosa in più per avere mezzi moderni e sicuri. Accertatevi che abbiano il riscaldamento e tenete sempre a portata di mano sacco a pelo e abiti pesanti.

I taxi sono il maggiore pericolo per i viaggiatori occidentali: truffe e tentativi di rapina da parte di finti abusivi sono una piaga delle città boliviane. Usate solo compagnie con referenze certe, chiamate da persone di fiducia in hotel/ristorante. PER NESSUNA RAGIONE accettate di condividere il taxi con sconosciuti, neanche se incontrati nelle aree più in e occidentalizzate.

Capitolo donna sola: nel centro delle cittadine più piccole e turistiche ci si muove tranquille (Coroico, Copacabana, Uyuni ma anche Potosi), con l’accortezza di prenotare sempre in anticipo l'alloggio e scegliere con un minimo di attenzione i mezzi per gli spostamenti. Ad Oruro, città mineraria e non troppo avezza alla presenza dei turisti, sono stata solo qualche ora di passaggio ma ricordo la spiacevolissima sensazione di essere “un po’ troppo” osservata. Nelle grandi città come La Paz e Cochambamba di giorno ci si può muovere, sempre con prudenza e tenendo conto del fatto che si è sfacciatamente straniere, mentre al calar del sole vige un vero e proprio coprifuoco, per cui è decisamente sconsigliato uscire da sole, anche nelle vie più centrali. 

 



TURISMO
Essendo lì non per fare la turista, il tempo destinato a vedere le maggiori attrazioni del Paese non è stato molto. Ho sempre viaggiato da sola e da backpacker, dormendo negli ostelli che mi prenotavo con qualche giorno prima. Come guide, ho usato sia la Lonely Planet (ed. Italiana) che la Routard (ed Francese), trovandole entrambe molto attendibili

1. Cochambamba – La Paz e Valle de Luna – Coroico – Copacabana* – Isla del Sol -  La Paz
**Da qui si può attraversare il Titicaca e proseguire per il Perù via Puno per Cuzco e Machu Picchu
Nonostante sia snobbata da molti tour organizzati che preferiscono passare direttamente in Perù, consiglio vivamente di prevedere una tappa all'Isla del Sol. Rispetto al giro mordi e fuggi tradizionale che l'attrerva in mezza giornata partendo da Nord , il mio suggerimento è di prendere la barca pomeridiana da Copacabana a Yumami, il sud dell’isola. Fermatevi in uno dei piccoli b&b (mediamente di livello più alto rispetto a Copacabana) in quella parte di isola e arrampicatevi fino al punto panoramico da cui si vede un tramonto indimenticabile, con vista a 360° su tutto il lago.
Il giorno dopo fate il trekking verso Nord al sorgere del sole. La levataccia sarà ampiamente ricompensata dal silenzio e dalla pace assoluta, in un’atmosfera fuori dal tempo.


2.  Salar de Uyunie Laguna Colorada
Il treno da Oruro è l’alternativa decisamente più rapida, lussuosa, ma soprattutto sicura rispetto ai bus che in queste zone percorrono strade impervie e spesso gelate. L'ideale è arrivare a Uyuni in serata, in modo da essere pronti il giorno successivo per le escursioni al Salar e Laguna Colorada: è obbligatorio avvalersi di un tour operator, io mi sono appoggiata a uno di quelli consigliati dalle guide, scegliendo il giro di tre giorni. Anche in questo caso, si può sconfinare in Cile e proseguire nel deserto di Atacama: dovevo tornare a Cochamba, ma sulla via del rientro mi sono fermata una giornata a Potosì. Tassativo avere abiti adeguati (si dorme in ostelli decisamente spartani a temperature sottozero) e occhiali da sole contro il bianco accecante del lago di sale.


SOUVENIR
Il cioccolato di El Ceibo, meravigliosa realtà equosolidale a sostegno delle comunità agricole. Hanno boutique e punti vendita in tutte le città più importanti. In Italia, il loro cacao amaro si trova in molte botteghe Altromercato http://www.altromercato.it/it_it/produttori/el-ceibo/
 

Le borse in pelle fatte a mano (soprattutto a La Paz, ci sono botteghe artigianali che ne producono di bellissime); le sciarpe e i maglioni in pura alpaca (ne conservo uno con i lama, non esattamente sexy ma è il mio rifugio invernale), sempre avendo cura di scegliere non il prezzo più basso ma produttori che non sfruttino i contadini e rispettino l’ambiente. Lo stesso discorso vale per gli scampoli di tessuto: vedendo le donne filare ancora a mano al telaio, le pezze cheap made in China spacciate ai turisti perderanno ogni fascino. 

La quinoa: la scoprii là, ben prima che esplodesse la mania. Allora costava una cifra ridicola (anche l’avocado eh!)

L’argento e i bijoux: custodisco gelosamente un paio di orecchini tutti pietruzze e nappine porpora che acquistai in una cooperativa femminile a Potosì. Pesano una quintalata, ma negli anni sono diventati il mio porte bonheur da evento.

[Qualche mese fa, ho perso una nappina ai controlli di sicurezza a Fiumicino e non sono più riuscita a riattacarla. Da allora li porto così, asimmetrici, che risuonino di cinque anni di vita sfacciamente imperfetta].